Rapsodia d’agosto

(scritto per un concorso)

SENTIRSI
Rapsodia d’agosto

La sua camicia è una macchia bianca sul letto. Lei la ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita, mette la borsa nuova sul ripiano più alto dell’armadio, apre la finestra e cambia aria alla stanza. Va a sedersi davanti allo specchio. E’ bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida. Va all’armadio e cerca una stampella libera. Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino.
Entra nello studio. Un attimo dopo è seduta al pianoforte. Dalla finestra aperta riecheggia il rumore del mare, e il sapore della domenica mattina si insinua nella stanza. Le sue dita scivolano sui tasti neri e bianchi, intrecciando una melodia d’altri tempi. Insieme dolce e malinconica. La mente distende le ali e vola, guidata dal vento. Piroetta fra i tetti del passato finché, lentamente, plana nel crepuscolo della sera precedente. Il cuore detta il ritmo.

Preludio.
Seduta al tavolo del ristorante dietro l’angolo. Sola, avvolta nel torpore di un’enigmatica serata d’agosto. Il sole le accarezza i capelli, mentre il tramonto attinge a pensieri non troppo lontani. Ed anche a qualcuno ormai dimenticato. Devo parlarti.

Andante con moto.
È in ritardo. Tamburella con le dita sul tavolo. Le unghie oramai inguardabili. L’ha fatta grossa, e se ne rende conto. Soltanto ora. Ma chiedere scusa è così dannatamente difficile. E spiegare. Cosa, poi. Non può finire così. Non può finire e basta. Le parole si perdono. Un sorriso forzato come unico benvenuto.

Agitato, molto mosso.
La paura. Un buco nero che risucchia ogni cosa che incontra, offuscando pensieri e ragione. E la disperazione. Sua immancabile compagna di viaggio. Si apposta ad ogni incrocio, e offre un calice colmo di rimorsi ai ricordi perduti.

Recitativo.
Ma il tempo è una cangiante emozione. Capace di mutare colore in uno schioccare di dita. Un fiore racchiuso in un sospiro, che sbocciando rivela tutte le sue sfumature. Regalami l’eternità: sposami!

Pausa. Corona.
Tutto tace. I bambini in cortile smettono di giocare. I passanti di parlare. L’orologio di scandire il tempo. Le nonne, di ricordare. Le stesse lacrime di ieri sera le solcano il viso. La stessa gioia rimbalza da una parete all’altra del cuore. Tutto si concentra nell’unica risposta possibile.

Allegro, vivace.
Sì. Sì! Soltanto sì. Eternamente. Sì.
Una tiepida brezza estiva scosta le tende bianche della stanza, lasciando entrare il caldo sole di mezzogiorno. L’eternità risplende al dito della sua mano sinistra, e la melodia si perde in un radioso sorriso. Lei si guarda attorno, nella stanza pulita. L’Amore abbraccia ciò che è stato, e si incammina felice verso la vita vera, tenendo per mano l’eternità.
Tutto intorno, ogni cosa riprende il suo corso. I bambini ricominciano a correre. I passanti a lamentarsi del caldo. L’orologio a scandire, inesorabile, i secondi. Le nonne, a ricordare enigmatiche serate d’agosto.
Il telefono sul comodino interrompe i suoi pensieri. Sono qui, Amore.

Semplicemente me

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